| All hail the new flesh! |
[Feb. 28th, 2009|04:28 pm] |
As I was walking up the stair I met a man who wasn't there. He wasn't there again today. I wish, I wish he'd stay away.
Ovviamente sto buttando in modo sconsiderato i miei “ultimi giorni qui”. Come se valessero qualcosa a prescindere, potrei dire. Come se poi fosse necessario valorizzarli in qualche modo, verrebbe da pensare. Ma la verità è che tutto ciò, l’attesa, i preparativi, i saluti, i tentativi di immaginare cosa succederà una volta lì, altro non è che un mucchietto di sciocchezze puerili, messinscene squallide messe su per un pubblico non pervenuto. Continuo a non provare assolutamente nulla, come se tutto questo stesse capitando a qualcun altro, e nemmeno qualcuno che io conosca o che mi stia simpatico, francamente. È come se vedessi un vicino di casa, uno col quale negli anni non si sia mai arrivati oltre un saluto, un sorriso di circostanza nel freddo della mattina, fare le valigie e sparire per sempre. Buon viaggio, com’è che facevi di cognome?, ah cazzo, hanno appena levato la targhetta. Io credo di non essere qui da un bel po’, ormai. Qualcuno ha preso il mio posto, forse si tratta dello stesso che ha fatto una carta prepagata a nome mio, ci ha messo dentro dei soldi, mi ha acquistato il biglietto e poi se l’è filata. Non che la cosa mi dia fastidio, in fondo, però poteva almeno chiedermi che ne pensavo. Comunque sia. Io non sono qui da un bel pezzo, ma davvero non so dire dove mi trovi ora. Se c’è qualcosa di simile al Limbo credo di esserci cascato dentro, e potrei anche essermi fracassato il bacino nella caduta, perché trascinarmi da una parte all’altra è davvero difficile, ed è uno sforzo inutile. Avete presente quando, nel pieno del sonno, vi svegliate all’improvviso ma non siete spaventati da un incubo, né vi è venuta in mente qualche idea geniale o vi siete ricordati qualche scadenza (generalmente fabbricata pochi istanti prima e giustificata da ricordi lontani, anch’essi appena nati), ma semplicemente aprite gli occhi, con la fronte aggrottata, e vi chiedete “ma chi è che mi ha chiamato?” o “dunque, che stavo dicendo?” e, nonostante non vi abbia naturalmente chiamati nessuno, rimanete per diverse ore pervasi dalla sgradevole sensazione che qualcosa vi sfugga? A me capita per giorni interi, talvolta, anche trecentosessanta di fila. L’ultima volta è stata micidiale. Mi sono svegliato più vecchio di un numero di anni che stimo dai 3 ai 4, ed ero considerevolmente più stupido, più brutto, più insignificante e noioso, un vero schifo. Come se non bastasse, al momento del risveglio non mi trovavo nemmeno nel mio letto: ero nella mia macchina, ferma, e stavo nel sedile del passeggero. Per alcuni attimi non ho sentito nulla al di fuori di questa sgradevole sensazione di incompletezza e di disagio, mi sono guardato attorno, poi ho guardato le mie mani. Mi sono toccato il viso e il collo. La ragazza al mio fianco piangeva e ripeteva con la voce roca scusa scusa scusa, evitando di guardarmi, la testa ondeggiava passando in rassegna me e il volante, il volante e me. Dall’auto contro la quale ci siamo scontrati, degli occhi confusi passavano lentamente da me alla ragazza, dalla ragazza a me. La gente per strada accorciava e rallentava i passi, poi spavalda si voltava nella nostra direzione, in attesa. Il primo dei pensieri che mi trapassarono la mente fu, più o meno: “davvero un peccato non essersi feriti, un’occasione così importante avrebbe richiesto una cicatrice commemorativa” Così, mentre la maldestra poveretta continuava a cantilenare le sue scuse, per qualche istante io mi perdevo completamente, seguendo una catena di pensieri confusi e mortiferi. Tornavo al 5 giugno 2002, ad un’altra di quelle giornate memorabili nella loro sontuosa tristezza, mattinate gonfie come pance gravide di feti deformi, piene di possibilità aperte e lasciate richiudere, opzionali passaggi su ballatoi pericolanti che crollano mentre ancora si sta lì a guardare e valutare, come le mezzeseghe che si è e si sarà per sempre, se sia il caso di passare o meno. Quella mattina, straordinariamente ricca di spunti che, come ogni buon sediciassettenne, raccoglievo per la scrittura in tempo reale della mia farlocca mitologia da quattro soldi, mi parve tanto degna di eterna memoria che decisi di rendere permanente, se non proprio il dolore, almeno il suo ricordo. Così, con una scusa qualsiasi, sfidai i miei compagnucci di scorribande a spegnersi addosso una sigaretta accesa, e al loro ovvio rifiuto lo feci ugualmente, da solo. Procrastinai a lungo allo scopo di ottenere da loro incredulità e dileggio, così da potermi prima di tutto sentire costretto moralmente a onorare i miei impegni (pena la perdita della faccia), e in secondo luogo abbastanza rabbioso da farlo con un’espressione carica di disprezzo e di sufficienza stampata sul viso. Sollevai la manica e calcai il mozzicone acceso 10 centimetri più giù del mio polso, fino a bruciare tutta la pelle e ad arrivare alla carne viva. Sul momento fu una sensazione piacevole, il dolore fu talmente forte (così lo ricordo, o così me lo sono raccontato, chissà) da costringere il cervello a spargere copiose dosi di endorfine per calmarlo, e quindi per un minuto o due fu una vera festa per i miei sensi ed il mio ego, gratificato dalle bocche spalancate dei miei amichetti e amichette. Poi vabbé, la pacchia finì presto; di certo molto prima della fine del mio obbligo morale a mantenere la stessa vittoriosa espressione sul viso. Quel giorno, incidentalmente, conobbi davvero una persona che si rivelò in seguito una figura chiave nel mio sviluppo (interrompendolo, in effetti, e rendendomi un adolescente VND), e intendo DOPO la mia tortura autoinflitta. Che formidabile intuito. Un idiota potrebbe chiedersi allora: L’avrei mai incontrata, se non mi fossi bruciato il braccio?; L’essermi bruciato il braccio poco prima di incontrarla, non ha forse contribuito a far nascere in me una serie di aspettative irrealistiche, che hanno a posteriori riempito di predestinazione questo nostro incontro?; La bruciatura eterna avrebbe potuto rendere una “figura chiave nel mio sviluppo” una qualsiasi altra tipa mi avessero presentato quel giorno?; Ma Moccia a me quante seghe mi fa? E così via.
Così, ecco che si torna alla macchina. Dopo tutto questo mi trovo ancora lì seduto, incapace di prendere in mano la situazione, a guardarmi attorno come un idiota e a chiedermi che cazzo ci facciò lì, quasi 24enne, senza un soldo o una cosa mia in mano, senza un’idea, senza un qualsiasi progettino concepito e poi messo in atto (o comunque a buon punto) e, per di più, dentro la macchina di mia madre, sfasciata, mentre una persona che conosco a malapena sta al posto di guida con la mia autorizzazione. L’ultima parte è tutto sommato sopportabile, una volta che ammetti di essere stato, momentaneamente, proprio un coglione incosciente. Ma se la si somma alla prima, beh, diventa una sensazione decisamente pesante. È così che un’idea addolcita di morte si è fatta strada dentro la mia testa. Qualunque cosa poteva apparire più sopportabile del presente in quel momento, così ho provato a immaginare come ci si sentirebbe a sapere di dover morire a breve, mettiamo dopo un mese. Chiudi i tuoi conti in sospeso, appiani i conflitti, ti sfoghi senza pudore con chi ti ha fatto incazzare, e chissà che altro ancora. Morire così sembrava una gran bella idea, specialmente eliminando il fastidio del dolore fisico che un cancro porta con sé assieme al countdown. Pensa un po’ come sarebbero emozionanti i tuoi ultimi giorni, così pieni di gozzoviglie, di pompini ottenuti per pietà, di persone che vogliono condividere del tempo con te. E invece, eccomi qui, completamente indifferente a tutto quello che, pare, mi sta accadendo. Nessuno ha grande voglia di festeggiare, fra l’altro, perché è un periodaccio per tutti. I litigi ci sono e mi ci sfogo, sì, ma in generale pensano, a ragione, che io sia uno psicopatico che si azzuffa con un qualche drago nella propria testa. E niente donne, né per pietà, né per rabbia, né per amor. La ragazza della macchina, che forse speravo stupidamente di ingraziarmi con la concessione di un giretto, ora è rosa dal senso di colpa, e questo la rende ogni giorno più meschina, villana, insofferente. La cosa peggiore che possa capitare a una persona è subire un torto e non avere il cuore di punirlo con severità: perde la sua unica occasione di avere una qualche rivincita e insieme il rispetto dell’offensore. L’unica con la quale conservavo un rapporto decente, e che misteriosamente ho evitato per mesi, non vuole incontrarmi. Non può vedermi prima di partire, dice, perché le sconvolgerei la tranquillità precaria, perché se rimanessi qui non ci penserebbe due volte ma ora che parto non ha senso e inoltre ci ferirebbe e basta, perché di quell’altro non gliene importa nulla ma è un bravo ragazzo e non si merita il doppio gioco, non per un incontro fugace al quale non segue nulla, se non nostalgia, rimorso, e chissà che altro. E che, non ha ragione? Ne ha, ne ha. Se anche non pensasse nulla di tutto ciò, la cosa sarebbe comunque tanto piena di buon senso e di risolutezza da convincermi davvero. Mai ho desiderato tanto spezzare deliberatamente il cuore a qualcuno, presentarmi apposta per vedere le lacrime rigare il viso. Sarebbe davvero bello. Però non lo farò, come non farò un’infinità di altre cose, e me ne starò semplicemente qui a perdere tempo fino a martedì come un maledetto idiota, a chiamare “morte” un cazzo di viaggio di lavoro, a raccogliere quel nulla umano che ho seminato in questi anni di torpore sociale, a tentare di apparire fiducioso e solare a tutti in modo da non allarmare apprensivi parenti, ai quali per quieto vivere concedo saltuariamente di regalarmi qualche carabattola di fondamentale importanza per un viaggio, come valigie, pigiami, ciabatte, spazzolini, soldi, consigli preziosi, raccomandazioni sincere, sciarpe di lana, quando in fin dei conti, al di là delle apparenze, tutto quel che serve per intraprendere un viaggio è la gelida consapevolezza di aver fatto fiasco, un tonfo secco nella ceramica del cesso, la volontà di bruciarsi la carne vecchia permettendo alla nuova di riformarsi attorno alla cicatrice.
In fondo non ci sono molte differenze fra chi ha avuto mille possibilità fra cui scegliere e le ha sprecate tutte, e chi non ne ha mai avuta alcuna. La prima condizione potrebbe essere una forma più sottile della seconda, dopotutto. Magari, senza scomodare il destino, è così per tutti. |
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